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"Silvia, non vogliamo colpevoli ma si faccia piena luce sulla morte" PDF Stampa E-mail

Rina Meuzzi è una madre straziata dal dolore. Poco più di un anno fa, il 4 luglio del 2008, sua figlia, Silvia Trabalzini, spirò a 34 anni all’ospedale San Matteo di Pavia durante un trapianto di cuore eseguito nel reparto di cardiochirurgia del professor Mario Viganò, un indiscusso luminare nel settore

Siena, 15 luglio 2009 - «NON ACCUSIAMO nessuno. Nessuna vendetta. Non chiediamo né colpevoli né risarcimenti. Vogliamo soltanto che venga fatta piena luce sulla morte di nostra figlia in sala operatoria, che venga dissipato ogni dubbio». Rina Meuzzi è una madre straziata dal dolore. Poco più di un anno fa, il 4 luglio del 2008, sua figlia, Silvia Trabalzini, spirò a 34 anni all’ospedale San Matteo di Pavia durante un trapianto di cuore eseguito nel reparto di cardiochirurgia del professor Mario Viganò, un indiscusso luminare nel settore. La giovane di Sarteano, addetta stampa al Comune di Grosseto, morì poche ore dopo aver mandato fiduciosi messaggini col cellulare a parenti e amici per dir loro che finalmente avrebbe avuto l’intervento. Allora i medici dissero che i tessuti del cuore donato erano «friabili». Sembrava insomma che la tragedia fosse imputabile a quell’organo che si era rivelato inadeguato, senza che fosse possibile diagnosticare questa sua debolezza.

 

A DISTANZA di diversi mesi, nel marzo scorso, i genitori di Silvia, Rina e il marito Claudio, hanno presentato un esposto contro ignoti alla Procura di Pavia. Il caso, che sembrava chiuso, viene quindi riaperto. E si avvia un’inchiesta.
Perché la magistratura è stata chiamata in causa dopo tanto tempo? Il motivo viene chiarito dalla madre di Silvia: «Perché abbiamo voluto attendere i risultati di due esami effettuati dal San Matteo: quello autoptico sugli organi di Silvia e quello genetico sul cuore che le è stato impiantato. Il primo, il cui esito è arrivato nell’autunno scorso, ha evidenziato delle anomalie nell’esecuzione dell’intervento chirurgico. Il secondo, arrivato in gennaio, ha escluso eventuali malattie genetiche della donatrice». Alla luce di questi accertamenti, argomenta la madre di Silvia, si indebolisce la tesi del cuore nuovo inadatto. «Ci fu detto dai medici - aggiunge pescando nei ricordi - che appena impiantato, l’organo è ripartito subito e pompava così forte che hanno dovuto abbassare la pressione perché il sangue schizzava dalle suture».

 

PRENDE CORPO quindi il dubbio che qualcosa sia andato storto in sala operatoria. Silvia entrò alle 2 di notte dopo aver rassicurato i genitori. «Mamma non piangere» furono le ultime parole che indirizzò alla madre prima che quella porta si chiudesse. «I chirurghi uscirono a dirci qualcosa soltanto alle 17,30 del pomeriggio - piange la madre. Vogliamo sapere che cosa è successo in tutto quel tempo. Noi non possiamo dare una risposta. Chiediamo ai magistrati che siano loro a fare chiarezza».

 

Nessuno e niente potrà restituire ai genitori il dolce sorriso della figlia. «Con la nostra azione legale vogliamo soltanto contribuire a far sì che altre tragedie simili non si ripetano» sussurra con la voce rotta dall’emozione la madre di Silvia. Rina Meuzzi chiarisce: «Non penso a una leggerezza in sala operatoria. Magari si è creata un’emergenza che non è stata affrontata nel modo migliore, forse è stato compiuto qualche errore. Mi appello a chi ha assistito mia figlia in quei momenti: se qualcuno dell’equipe sa che è stata commessa anche una mimina negligenza lo dica, spero che non voglia tenersi il rimorso di aver taciuto».

 

SILVIA TRABALZINI seppe di avere problemi al cuore quel giorno del 1995 che, a 22 anni, svenne all’improvviso. Gli esami diagnosticarono una «cardiopatia dilatativa del ventricolo destro», una malattia destinata ad aggravarsi, che poteva portare in ogni momento all’arresto del cuore. Cominciarono allora le cure. Nel 2002 le impiantarono al S. Matteo il primo defibrillatore e nel luglio del 2006 il secondo. Per tredici anni ha vissuto comunque una vita “normale”: tanto lavoro, divertimento, amicizie. Poi un problema polmonare nell’ottobre del 2007 quindi la decisione di mettersi in lista di attesa per un cuore nuovo. Dopo soli tre mesi, la chiamata che doveva cambiarle la vita.
«Nonostante tutto abbiamo ancora fiducia nei medici - sospira la madre di Silvia. Ci hanno dato tanto, non pronuncerò mai la parola malasanità...»

Fonte: La Nazione - 15/07/2009

 
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